DOMANDE PIÙ COMUNI

Perchè mio figlio è sempre nervoso?


Questa domanda è forse la più comune tra quelle che un genitore chiede ad uno psicologo dell’adolescenza, ed assieme tra le più complesse. I motivi del “nervosismo adolescenziale” sono molteplici e afferenti ad aree anche molto differenti tra loro.

Volendo semplificare al massimo, potremmo dire che derivano da cause naturali e da cause ambientali.

Le cause naturali riguardano diversi aspetti biologici, genetici, ormonali, fisiologici, che rendono l’adolescenza –da sempre e ovunque- un’età così particolare. Tra questi: una corteccia cerebrale immatura e nel pieno di diversi cambiamenti, e l’influenza degli ormoni nella ricerca, ad esempio, di emozioni forti ed esperienze a rischio.

Le cause ambientali invece sono relative non solo alle esperienze e alla storia dell’adolescente in questione, ma a tutta una serie di aspetti sociali, psicologici e culturali di ordine più generale.

Nelle società moderne e occidentali gli psicologi parlano di compiti evolutivi adolescenziali come di veri e propri obiettivi che un ragazzo è chiamato a dover superare con successo per una crescita (quanto più) serena e funzionale.

Una moltitudine tale di fattori esclude tout court una spiegazione che non sia specifica e individualizzata.




Perchè mio figlio non ha amici?


Tra i compiti dell’adolescente appena citati se ne riconosce uno legato al cosiddetto debutto sociale nel gruppo dei pari, ovvero alla vita dell’adolescente con un gruppo di coetanei.

La vita del ragazzo con i propri amici è considerata fondamentale –tra le altre cose- perché rappresenta un luogo dove poter sperimentare, mettere in pratica e sviluppare la propria identità in formazione.

Lo scenario sociale attorno a cui queste relazioni si possono evolvere è molto cambiato negli ultimi anni.

Si pensi banalmente a come oggi sia ordinaria la dimensione della relazione virtuale, non mediata da un corpo, rispetto a soli 15 anni fa, quando l’idea di giocare con degli amici ma “ciascuno a casa propria” sarebbe parsa a molti genitori solo una strana e angosciante fantasia.

Viviamo in una società molto competitiva, connessa e narcisista, fitta di relazioni che possono essere molto veloci o superficiali.

Gestire le relazioni sociali per i ragazzi può essere complicato; e talvolta la situazione può essere ulteriormente complicata da messaggi inconsapevolmente contraddittori da parte degli adulti, che durante la prima infanzia spronano i ragazzi ad una precoce vita sociale, e con la pubertà li richiamano a paletti e frustrazioni che non sono stati abituati a tollerare.

I ragazzi in cui il confronto con i pari può apparire più doloroso o svilente, possono considerare la possibilità di sottrarsi a questo imposto e ingombrante obbligo sociale.

Spesso, ma non sempre, sono ragazzi dal carattere schivo e mansueto, caratteristiche che credono essere poco adatte al palcoscenico sociale.




Perchè mio figlio non esce mai di casa? Perchè mio figlio non vuole andare a scuola?


Quando le difficoltà a confrontarsi con il mondo appena descritto divengono insormontabili (spesso a causa di un evento scatenante mortificante), i ragazzi possono prendere in considerazione l’idea di sottrarsi fisicamente al mondo.

Possono iniziare a non andare più a scuola per alcuni periodi, talvolta adducendo dolori non verificabili.

Nei casi più gravi possono addirittura rifiutarsi di uscire dalla loro cameretta, diminuendo le comunicazioni con i loro cari, trincerandosi dietro una porta che diviene il confine del loro mondo.

In questi casi si parla di ritiro sociale.

Spesso il loro corpo, pubere e nascosto, è un elemento centrale del ritiro.

Talvolta può essere vissuto come impresentabile e orrendo, altre volte può essere stato offeso e oltraggiato.

Come una sorta di letargo, o di eremo, la propria camera diviene un luogo sicuro, in cui poter star bene.

L’evitamento, tra l’altro, permette al ragazzo di non essere più costretto a osservare i successi dei loro coetanei.




Che cosa vuol dire Hikikomori?


Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente isolarsi, ed è utilizzato in Giappone dagli anni ottanta per indicare casi di ritiro sociale molto severo (autoreclusione in casa, mancanza di comunicazioni dirette con altre persone, inversione del ritmo circadiano sonno-veglia).

Il Giappone è stato per anni l’unico paese a registrare questo fenomeno, e l’unico a studiarlo in maniera profonda e sistematica.

Fino ai primi anni 2000 nel resto del mondo si erano verificati pochi casi simili, inizialmente confusi o integrati con altre patologie psichiatriche (che possono comunque essere presenti).

Oggi il termine hikikomori è utilizzato come sinonimo del termine ritiro sociale.

Si stima che in Italia i ragazzi hikikomori siano circa 100000, ma realizzare una stima reale e dettagliata risente di molte problematicità. Si concorda però sul fatto che il fenomeno sia progressivamente più diffuso, e l’età del ritiro vada via via anticipandosi.

Rispetto ad alcuni anni fa, il termine hikikomori/ritiro sociale non è più unicamente collegato alla dipendenza da internet.

Si è radicata –a ragione- l’idea che i due fenomeni possano essere presenti al medesimo tempo, ma non siano l’uno la causa dell’altro.

Le cause sembrano invece essere relative ad aspetti psicologici, familiari e socioculturali (ad esempio, alti livelli di competitività e di aspettative).




Come aiutare un ragazzo chiuso in casa?


La prima cosa che è importante fare è capire se le domande che ci si è posti fino a quel momento riguardano questa particolare situazione

Queste sono le più comuni frasi che un genitore attento e preoccupato potrebbe essersi già posto:

perché mio figlio non è come gli altri?

perchè non fa quelle cose che dovrebbe fare alla sua età, come uscire con gli amici e litigare con me sull’orario di rientro a casa?

perché sta male prima di andare a scuola nonostante il medico abbia escluso ogni causa organica?

cosa fa su internet tutte quelle ore?

Spesso queste domande parlano dello stesso problema, ed hanno a che vedere con la radicata convinzione da parte dei loro figli di non essere ammirabili, o essere inadatti alla vita sociale. Credenza che si fonderebbe su quella che gli psicologi chiamano fragilità narcisistica.

Se così fosse, la classica, drastica soluzione di togliere internet ai ragazzi chiusi in casa non pare essere di grande utilità.

Al contrario, un ragazzo ritirato senza internet è un ragazzo che non avrà la possibilità di mantenere e coltivare delle relazioni (pur senza corpo), e quindi si troverà ancor più bloccato nella sua posizione senza-identità.

Tradizionalmente si dice che i ragazzi hikikomori abbiano un padre assente e una madre fin troppo presente.

Se può essere vero nella maggior parte dei casi, non è sicuramente così per tutti; la verità, anche in questo caso, è che non esistono cause semplicistiche e soluzioni universali.

È però importante che il genitore sia consapevole che il proprio figlio non sia solo un lazzarone, uno a cui manca la voglia di fare;

ed al contempo che sia consapevole che il ragazzo potrebbe non soffrire di questa condizione di reclusione (o almeno, non tanto quanto i suoi genitori), in quanto dal suo punto di vista potrebbe aver trovato una soluzione adeguata ad un problema presente fuori dalla sua camera.




Come lavorano i professionisti del progetto ChiusiInCasa?


I professionisti che lavorano per il progetto Chiusi In Casa hanno competenze educative e psicologiche, ed hanno conoscenze teoriche e pratiche sul lavoro con i ragazzi. Lavorano in rete con una presa in carico multipla per offrire un intervento efficace e completo.

La prima fase di ogni percorso prevede un’approfondita valutazione delle dinamiche in atto. Tra gli aspetti che vengono analizzati durante questo momento c’è la ricerca di eventuali fragilità psichiche del ragazzo (quelle che configurano il ritiro sociale detto di secondo livello) e ricostruzione della storia familiare.

Alla fine di questo periodo viene restituito ai genitori un quadro di funzionamento del ragazzo e/o del nucleo familiare, sulla base del quale ipotizzare un eventuale percorso individualizzato successivo.

Sono in genere coinvolti due operatori parallelamente.

Un primo operatore è rivolto al ragazzo, e lavora in studio o a domicilio a seconda delle specifiche esigenze. Funge da figura mediatrice tra l’adolescente ed il mondo.

Dovrà costruire, anche con un’attesa che possa incuriosire o rassicurare il giovane, un’alleanza con il ragazzo, preliminare a una co-costruzione linguistica e di significato su quanto sta accadendo. La ‘psicologia a domicilio’ è spesso l’unico modo per poter entrare in contatto con un giovane ritirato e permettere la nascita di una domanda di cambiamento, e quindi di ridurre progressivamente la distanza tra questi e l’esterno.

I genitori, come detto, sono attori fondamentali del processo di cambiamento. Per questo, il secondo operatore lavora in studio a supporto del nucleo familiare e dei genitori in particolare.




Quali sono i prezzi per un percorso?


Il costo per un primo colloquio tra i genitori e due professionisti è di 60 euro.

Alla fine del primo colloquio verrà proposto un percorso di valutazione-intervento, della durata di circa 45 giorni che includa incontri in studio e interventi domiciliari. In seguito a questo percorso verranno eventualmente proposti ulteriori interventi individualizzati, verificati periodicamente.

Ad eccezione del primo incontro, però, non è possibile indicare costi standard del servizio. Ogni percorso, di valutazione o individualizzato, viene infatti cucito in base alle necessità, alle possibilità e alle ore di intervento richieste.





DOMANDE PIÙ COMUNI

Perchè mio figlio è sempre nervoso?


Questa domanda è forse la più comune tra quelle che un genitore chiede ad uno psicologo dell’adolescenza, ed assieme tra le più complesse. I motivi del “nervosismo adolescenziale” sono molteplici e afferenti ad aree anche molto differenti tra loro.

Volendo semplificare al massimo, potremmo dire che derivano da cause naturali e da cause ambientali.

Le cause naturali riguardano diversi aspetti biologici, genetici, ormonali, fisiologici, che rendono l’adolescenza –da sempre e ovunque- un’età così particolare. Tra questi: una corteccia cerebrale immatura e nel pieno di diversi cambiamenti, e l’influenza degli ormoni nella ricerca, ad esempio, di emozioni forti ed esperienze a rischio.

Le cause ambientali invece sono relative non solo alle esperienze e alla storia dell’adolescente in questione, ma a tutta una serie di aspetti sociali, psicologici e culturali di ordine più generale.

Nelle società moderne e occidentali gli psicologi parlano di compiti evolutivi adolescenziali come di veri e propri obiettivi che un ragazzo è chiamato a dover superare con successo per una crescita (quanto più) serena e funzionale.

Una moltitudine tale di fattori esclude tout court una spiegazione che non sia specifica e individualizzata.




Perchè mio figlio non ha amici?


Tra i compiti dell’adolescente appena citati se ne riconosce uno legato al cosiddetto debutto sociale nel gruppo dei pari, ovvero alla vita dell’adolescente con un gruppo di coetanei.

La vita del ragazzo con i propri amici è considerata fondamentale –tra le altre cose- perché rappresenta un luogo dove poter sperimentare, mettere in pratica e sviluppare la propria identità in formazione.

Lo scenario sociale attorno a cui queste relazioni si possono evolvere è molto cambiato negli ultimi anni.

Si pensi banalmente a come oggi sia ordinaria la dimensione della relazione virtuale, non mediata da un corpo, rispetto a soli 15 anni fa, quando l’idea di giocare con degli amici ma “ciascuno a casa propria” sarebbe parsa a molti genitori solo una strana e angosciante fantasia.

Viviamo in una società molto competitiva, connessa e narcisista, fitta di relazioni che possono essere molto veloci o superficiali.

Gestire le relazioni sociali per i ragazzi può essere complicato; e talvolta la situazione può essere ulteriormente complicata da messaggi inconsapevolmente contraddittori da parte degli adulti, che durante la prima infanzia spronano i ragazzi ad una precoce vita sociale, e con la pubertà li richiamano a paletti e frustrazioni che non sono stati abituati a tollerare.

I ragazzi in cui il confronto con i pari può apparire più doloroso o svilente, possono considerare la possibilità di sottrarsi a questo imposto e ingombrante obbligo sociale.

Spesso, ma non sempre, sono ragazzi dal carattere schivo e mansueto, caratteristiche che credono essere poco adatte al palcoscenico sociale.




Perchè mio figlio non esce mai di casa? Perchè mio figlio non vuole andare a scuola?


Quando le difficoltà a confrontarsi con il mondo appena descritto divengono insormontabili (spesso a causa di un evento scatenante mortificante), i ragazzi possono prendere in considerazione l’idea di sottrarsi fisicamente al mondo.

Possono iniziare a non andare più a scuola per alcuni periodi, talvolta adducendo dolori non verificabili.

Nei casi più gravi possono addirittura rifiutarsi di uscire dalla loro cameretta, diminuendo le comunicazioni con i loro cari, trincerandosi dietro una porta che diviene il confine del loro mondo.

In questi casi si parla di ritiro sociale.

Spesso il loro corpo, pubere e nascosto, è un elemento centrale del ritiro.

Talvolta può essere vissuto come impresentabile e orrendo, altre volte può essere stato offeso e oltraggiato.

Come una sorta di letargo, o di eremo, la propria camera diviene un luogo sicuro, in cui poter star bene.

L’evitamento, tra l’altro, permette al ragazzo di non essere più costretto a osservare i successi dei loro coetanei.




Che cosa vuol dire Hikikomori?


Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente isolarsi, ed è utilizzato in Giappone dagli anni ottanta per indicare casi di ritiro sociale molto severo (autoreclusione in casa, mancanza di comunicazioni dirette con altre persone, inversione del ritmo circadiano sonno-veglia).

Il Giappone è stato per anni l’unico paese a registrare questo fenomeno, e l’unico a studiarlo in maniera profonda e sistematica.

Fino ai primi anni 2000 nel resto del mondo si erano verificati pochi casi simili, inizialmente confusi o integrati con altre patologie psichiatriche (che possono comunque essere presenti).

Oggi il termine hikikomori è utilizzato come sinonimo del termine ritiro sociale.

Si stima che in Italia i ragazzi hikikomori siano circa 100000, ma realizzare una stima reale e dettagliata risente di molte problematicità. Si concorda però sul fatto che il fenomeno sia progressivamente più diffuso, e l’età del ritiro vada via via anticipandosi.

Rispetto ad alcuni anni fa, il termine hikikomori/ritiro sociale non è più unicamente collegato alla dipendenza da internet.

Si è radicata –a ragione- l’idea che i due fenomeni possano essere presenti al medesimo tempo, ma non siano l’uno la causa dell’altro.

Le cause sembrano invece essere relative ad aspetti psicologici, familiari e socioculturali (ad esempio, alti livelli di competitività e di aspettative).




Come aiutare un ragazzo chiuso in casa?


La prima cosa che è importante fare è capire se le domande che ci si è posti fino a quel momento riguardano questa particolare situazione

Queste sono le più comuni frasi che un genitore attento e preoccupato potrebbe essersi già posto:

perché mio figlio non è come gli altri?

perchè non fa quelle cose che dovrebbe fare alla sua età, come uscire con gli amici e litigare con me sull’orario di rientro a casa?

perché sta male prima di andare a scuola nonostante il medico abbia escluso ogni causa organica?

cosa fa su internet tutte quelle ore?

Spesso queste domande parlano dello stesso problema, ed hanno a che vedere con la radicata convinzione da parte dei loro figli di non essere ammirabili, o essere inadatti alla vita sociale. Credenza che si fonderebbe su quella che gli psicologi chiamano fragilità narcisistica.

Se così fosse, la classica, drastica soluzione di togliere internet ai ragazzi chiusi in casa non pare essere di grande utilità.

Al contrario, un ragazzo ritirato senza internet è un ragazzo che non avrà la possibilità di mantenere e coltivare delle relazioni (pur senza corpo), e quindi si troverà ancor più bloccato nella sua posizione senza-identità.

Tradizionalmente si dice che i ragazzi hikikomori abbiano un padre assente e una madre fin troppo presente.

Se può essere vero nella maggior parte dei casi, non è sicuramente così per tutti; la verità, anche in questo caso, è che non esistono cause semplicistiche e soluzioni universali.

È però importante che il genitore sia consapevole che il proprio figlio non sia solo un lazzarone, uno a cui manca la voglia di fare;

ed al contempo che sia consapevole che il ragazzo potrebbe non soffrire di questa condizione di reclusione (o almeno, non tanto quanto i suoi genitori), in quanto dal suo punto di vista potrebbe aver trovato una soluzione adeguata ad un problema presente fuori dalla sua camera.




Come lavorano i professionisti del progetto ChiusiInCasa?


I professionisti che lavorano per il progetto Chiusi In Casa hanno competenze educative e psicologiche, ed hanno conoscenze teoriche e pratiche sul lavoro con i ragazzi. Lavorano in rete con una presa in carico multipla per offrire un intervento efficace e completo.

La prima fase di ogni percorso prevede un’approfondita valutazione delle dinamiche in atto. Tra gli aspetti che vengono analizzati durante questo momento c’è la ricerca di eventuali fragilità psichiche del ragazzo (quelle che configurano il ritiro sociale detto di secondo livello) e ricostruzione della storia familiare.

Alla fine di questo periodo viene restituito ai genitori un quadro di funzionamento del ragazzo e/o del nucleo familiare, sulla base del quale ipotizzare un eventuale percorso individualizzato successivo.

Sono in genere coinvolti due operatori parallelamente.

Un primo operatore è rivolto al ragazzo, e lavora in studio o a domicilio a seconda delle specifiche esigenze. Funge da figura mediatrice tra l’adolescente ed il mondo.

Dovrà costruire, anche con un’attesa che possa incuriosire o rassicurare il giovane, un’alleanza con il ragazzo, preliminare a una co-costruzione linguistica e di significato su quanto sta accadendo. La ‘psicologia a domicilio’ è spesso l’unico modo per poter entrare in contatto con un giovane ritirato e permettere la nascita di una domanda di cambiamento, e quindi di ridurre progressivamente la distanza tra questi e l’esterno.

I genitori, come detto, sono attori fondamentali del processo di cambiamento. Per questo, il secondo operatore lavora in studio a supporto del nucleo familiare e dei genitori in particolare.




Quali sono i prezzi per un percorso?


Il costo per un primo colloquio tra i genitori e due professionisti è di 60 euro.

Alla fine del primo colloquio verrà proposto un percorso di valutazione-intervento, della durata di circa 45 giorni che includa incontri in studio e interventi domiciliari. In seguito a questo percorso verranno eventualmente proposti ulteriori interventi individualizzati, verificati periodicamente.

Ad eccezione del primo incontro, però, non è possibile indicare costi standard del servizio. Ogni percorso, di valutazione o individualizzato, viene infatti cucito in base alle necessità, alle possibilità e alle ore di intervento richieste.





ChiusiInCasa non è un’associazione o una cooperativa,
ChiusiInCasa è un progetto che prevede la collaborazione di più professionisti indipendenti.